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Saggi, Conferenze e Seminari 7. Reproduced with permission of Centro di studi e ricerche di diritto comparator e straniero, diretto da M.J. Bonell

L'Europa dei codici o un codice per l'Europa?

Luigi Mengoni
Roma (December 1992)

1.  Il primo corno del dilemma sembra evocare la formula della "Europa degli Stati", risalente agli anni Sessanta e legata al paradigma dello Stato moderno come sovrana unità politica. Ma non in questa prospettiva, che rivendicava il primato del diritto statale sul diritto comunitario, ha senso oggi parlare di Europa dei codici. I codici civili europei sono dissociati dall'ideologia tradizionale della codificazione, fondata sull'identificazione delle fonti del diritto con la sovranità statale.

Nel modello di costituzionalismo europeo-continentale, di matrice francese, la positivizzazione dei diritti fondamentali non produsse una codificazione del tipo della Costituzione americana -- la prima grande codificazione moderna [1] -- bensì il codice civile,[2] ossia la codificazione delle libertà borghesi e dei rapporti di libero mercato nella forma di diritti civili-privati. Si è detto che "il codice civile del 1865 divenne, ben più dello Statuto albertino, la vera costituzione dell'Italia unita".[3] E non diverso era il pensiero della Juristenzeitung tedesca quando il primo gennaio 1900, data di entrata in vigore del codice civile dell'Impero germanico, uscì con la sovrascritta in prima pagina "Ein Volk. Ein Reich. Ein Recht".[4]

Questa ideologia, concomitante all'ascesa dello Stato nazionale, è tramontata con l'avvento delle costituzioni del secondo dopoguerra, nelle quali la sovranità non è più la categoria fondante della costituzione.[5] Esse sono "costituzioni senza sovrano": la dissoluzione in senso pluralistico dell'unità dello Stato ha comportato la neutralizzazione del potere sovrano.[6] Categoria fondante sono i valori metapositivi istituzionalizzati nei diritti fondamentali dell'uomo ed elevati a criteri di legittimazione del diritto positivo. Tuttavia il legame storico col concetto di Stato-nazione non è coessenziale all'idea di codice, nata nel secolo XVIII in concomitanza con lo sviluppo dell'autocomprensione della giurisprudenza come scienza. Il codice austriaco del 1811 è indubbiamente un codice moderno, fondato come il codice Napoleone sui principi di eguaglianza e di autonomia privata, ma non fu il codice di uno Stato nazionale, e tanto meno di uno Stato liberale con un ordinamento sociale borghese.[7]

L'idea di codice può ridursi, e ormai si è ridotta, a un concetto puramente tecnico, ordinato alla funzione di apprestare un nucleo sistematico di principi e di categorie ordinatorie adeguato alla selezione strutturale dei conflitti di interesse e all'organizzazione delle relative decisioni nell'unità del sistema giuridico, garantendo il primato dell'argomentazione giuridica sulla contingenza delle valutazioni politiche. La forza che l'idea di codice continua a esercitare in tutti i paesi del continente deriva precisamente dal senso profondo della sistematicità del diritto, che assegna ai concetti sistematici una funzione irrinunciabile di guida e di controllo dell'argomentazione giuridica, e quindi di razionalizzazione unificante dell'esperienza giuridica.

Ma v'è un'altra ragione della sopravvivenza dei codici nazionali. Pur avendo perduto la centralità occupata negli ordinamenti degli Stati liberali e non essendo più accreditato di valore deduttivo della soluzione di tutti i possibili casi giuridici, il codice civile conserva una forte valenza politico-culturale come deposito della tradizione giuridica nazionale e perciò elemento primario del complesso meccanismo che determina l'identità nazionale dello Stato. Il codice del 1942 è felicemente sopravvissuto alla caduta del regime politico che l'aveva voluto perché fu il prodotto di un lungo periodo di rinnovamento della nostra scienza giuridica, avviato negli ultimi due decenni del secolo scorso, al quale hanno cooperato giuristi prestigiosi provenienti da tutte le parti del Paese. Nell'art. F del Trattato di Maastricht, secondo cui "l'Unione europea rispetta l'identità nazionale dei suoi Stati membri", è implicita una riserva a favore della "Europa dei codici", confermata dal nuovo codice civile olandese appena entrato in vigore, dagli studi promossi dal Ministro della giustizia della Germania federale per la riforma del libro del codice civile sulle obbligazioni, dal movimento in Austria per un nuovo codice che sostituisca il glorioso Allgemeines Gesetzbuch giudicato "irrimediabilmente superato".

2.  Se dunque intendiamo il termine "codice" in senso stretto e proprio anche nel secondo corno del dilemma, dobbiamo riconoscere che "un codice per l'Europa" non è un'alternativa realistica. La risoluzione 26 maggio 1989 del Parlamento europeo, che ha chiesto l'avvio dei lavori preparatori per l'elaborazione di un "codice europeo comune del diritto privato",[8] non è stata adeguatamente meditata, come dimostrano la scarna relazione e le ambiguità dell'oscillante terminologia. Il titolo della risoluzione, che prospetta un'azione di ravvicinamento del diritto privato degli Stati membri, e i primi tre "considerando" indicano lo scopo di allargare gli interventi di armonizzazione a "interi settori" del diritto privato, mentre le direttive comunitarie si sono finora limitate a singole materie o singoli problemi, pur con forte incidenza sugli assetti del diritto privato negli Stati membri. L'armonizzazione è una forma di unificazione del diritto più debole perché preserva l'individualità delle norme armonizzate modificandole soltanto nella misura necessaria al conseguimento di un risultato sostanzialmente eguale.[9] Ma nel "considerando" E si abbandona il termine armonizzazione e si parla di unificazione del diritto nel senso -- esplicitato nel "considerando" G -- di codificazione secondo il modello, richiamato nella relazione,[10] del progetto italo-francese di un codice delle obbligazioni e dei contratti, destinato a sostituire per questa parte i codici nazionali.

L'ambiguità della risoluzione è imputabile alla mancata distinzione dei livelli ai quali può prospettarsi la formazione di un diritto europeo delle obbligazioni e dei contratti o almeno di un corpo comune di principi generali in questo settore del diritto privato. Il problema può presentarsi sotto due profili, l'uno specificamente funzionale all'attività comunitaria di armonizzazione delle legislazioni degli Stati membri, l'altro concernente in generale i rapporti contrattuali transnazionali all'interno della Comunità o con cittadini di Paesi terzi o soggetti ivi residenti.

3.  Sotto il primo profilo il problema deriva dal carattere frammentario e anche frastagliato degli interventi armonizzatori della Comunità in materia di rapporti obbligatori, che incidono su singoli problemi via via che si presentano nel processo dell'integrazione europea, e sovente non investono il loro specifico oggetto nella sua globalità, ma ritagliandone alcuni aspetti o momenti e lasciando gli altri alla regola dei legislatori nazionali. Il problema non si riferisce tanto all'interpretazione delle direttive da parte dei giudici nazionali, i quali devono controllare la conformità delle norme interne o, in caso di mancata attuazione, applicare senz'altro la direttiva quando preveda diritti soggettivi dei singoli verso lo Stato direttamente azionabili senza bisogno di specificazioni della legislazione statale. L'uniformità di interpretazione è garantita dalla facoltà e, nell'ultimo grado di giudizio, dall'obbligo del giudice nazionale di sottoporre in via pregiudiziale il dubbio interpretativo alla Corte di giustizia delle Comunità europee ai sensi dell'art. 177 del Trattato. Se poi nella normativa di attuazione di uno Stato membro fosse adottata una interpretazione della direttiva giudicata scorretta o infedele dall'esecutivo comunitario, quest'ultimo potrà sollevare in via principale la questione davanti alla Corte di giustizia ai sensi dell'art. 169, tenuto conto che pure le sentenze interpretative pronunziate dalla Corte in sede contenziosa spiegano efficacia diretta negli ordinamenti interni degli Stati membri.

Vengono in considerazione piuttosto gli aspetti dell'oggetto della direttiva non toccati dal legislatore comunitario o lasciati aperti all'applicazione di norme nazionali più favorevoli ai soggetti protetti, oppure le disposizioni che rimettono al giudice nazionale la scelta tra due interpretazioni possibili, entrambe compatibili con lo spirito della direttiva. Un esempio del secondo caso è offerto dall'art. 14 della direttiva n. 653 del 18 dicembre 1986, trascritto quasi letteralmente nel nuovo testo dell'art. 1750, primo comma, c.c. introdotto dal d.legs. 10 settembre 1991, n. 303, secondo cui "il contratto di agenzia, che continui ad essere eseguito dalle parti successivamente alla scadenza del termine, si trasforma in contratto a tempo indeterminato". Il tenore letterale consente di interpretare la disposizione sia nel senso che la conversione in contratto a tempo indeterminato opera con effetto ex tunc, cioè dalla prima stipulazione, sia nel senso che opera ex nunc, cioè dalla scadenza del precedente contratto a termine. Dal contesto della direttiva -- che ha potuto attingere solo un basso grado di armonizzazione a causa della resistenza inglese ad accettare il modello del codice civile germanico -- non si ricava alcun criterio dirimente del dubbio, il che significa che il legislatore comunitario intende garantire all'agente la tutela minima corrispondente alla seconda interpretazione, ma non si riterrebbe offeso se il giudice nazionale adottasse la prima, più favorevole all'agente. Sono prevedibili difformità di interpretazione non solo tra le varie giurisdizioni nazionali, ma anche all'interno di una medesima giurisdizione: vi saranno giudici italiani che riterranno di poter applicare per analogia l'art. 2 della legge 18 aprile 1962, n. 230, sul contratto di lavoro a termine, che risolve nel primo senso l'analoga questione insorta in ordine al terzo comma dell'abrogato art. 2097 cod. civ.; altri, invece, riterranno non praticabile questo argomento analogico.

Un esempio del primo caso si può trarre dalla direttiva n. 374 del 25 luglio 1985 sulla responsabilità del produttore per i danni da prodotti difettosi. Secondo l'interpretazione prevalente, per i danni patrimoniali, i soli compresi nel raggio di azione della direttiva, l'art. 15 del d.lgs. 24 maggio 1988, n. 224, ammette il cumulo dell'azione derivante dalla nuova disciplina speciale con l'azione fondata sulla preesistente disciplina generale dei fatti illeciti. Il legislatore comunitario si è limitato a imporre una tutela minima lasciando spazio, al di là di questa soglia, alle diversità dei diritti nazionali. Per esempio, intervenuta la prescrizione triennale prevista dall'art. 10 della direttiva (art. 13 del decreto citato), in Italia il danneggiato avrà di solito ancora due anni per domandare i danni con l'ordinaria azione ex art. 2043 c.c. (art. 2947), mentre tale risorsa non avrà in Germania, dove il par. 852 BGB regola la prescrizione della responsabilità da fatto illecito in termini analoghi a quelli della direttiva. Per quanto riguarda il c.d. danno biologico, catalogato dalla nostra giurisprudenza tra i danni patrimoniali, il danneggiato potrà avvalersi in Italia -- nei limiti della speciale prescrizione triennale e della decadenza decennale ulteriormente prevista dall'art. 14 del d.legs. n. 224 -- del più favorevole regime probatorio collegato alla natura oggettiva impressa dalla direttiva alla responsabilità del produttore, mentre di tale facilitazione non potrà fruire in Germania, dove il danno biologico è considerato non patrimoniale, e quindi risarcibile solo in base al par. 847 BGB.

Mano a mano che nelle materie oggetto di interventi comunitari di armonizzazione si sperimenteranno difformità di trattamento dei diritti nazionali imputabili alla mancanza di un contesto normativo omogeneo, e non coerenti con gli obiettivi dell'instaurazione di un mercato comune concorrenziale e del promovimento dell'eguaglianza e della giustizia sociale, diventerà più pressante il problema dell'unificazione dei principi generali del diritto delle obbligazioni.[11]

4.  Nel frattempo alcune modificazioni nel senso di un diritto uniforme europeo sono già state prodotte nel sistema del codice civile dalla legislazione comunitaria sulla tutela dei consumatori: direttiva n. 577 del 1985 in materia di contratti negoziati fuori dai locali commerciali, attuata dal d.lgs. 15 gennaio 1992, n. 50, e direttive n. 102 del 1987 e n. 90 del 1988 sul credito al consumo, recepite dalla legge 19 febbraio 1992, n. 142. Sono all'esame degli organi comunitari competenti altre direttive rispettivamente sulle clausole vessatorie nei contratti conclusi con i consumatori, sulla responsabilità del fornitore di servizi e sulla tutela del consumatore nei contratti negoziati a distanza, parzialmente anticipata dal citato d.lgs. n. 50 del 1992, che ha esteso le norme della direttiva sui contratti negoziati fuori dai locali commerciali ai contratti di fornitura di beni o servizi negoziati sulla base di offerte al pubblico effettuate col mezzo della televisione o con altri mezzi audiovisivi.[12] Nel quadro di una politica del diritto volta alla tutela del contraente debole, queste direttive -- e già l'art. 5 della Convenzione di Roma del 1980 sulla legge applicabile alle obbligazioni contrattuali -- delineano una nuova categoria di contratti di vario tipo, detti "contratti dei consumatori" (consumer transactions), identificata dalla qualità delle parti (operatore commerciale da una parte, consumatore dall'altra) e dalla funzione di fornitura di beni o servizi o di concessione di credito al consumo. Essa viene assoggettata a una disciplina, concernente la formazione del contratto, la forma, la causa, l'oggetto e gli effetti, divergente dalla disciplina generale finora applicabile.

Per qualche aspetto la nuova disciplina può essere integrata nel sistema con l'ausilio dello schema classico regola-eccezione: così, ad esempio, l'art. 21, comma 11, della legge n. 142, secondo cui, nel caso di cessione dei diritti del creditore derivanti da un contratto di credito al consumo, il debitore ceduto può opporre al terzo cessionario anche la compensazione che avrebbe potuto opporre al cedente, forma un'eccezione alla regola dell'art. 1248 cod. civ. Ma sotto altri aspetti questo schema logico non è adeguato a cogliere la valenza sistematica delle norme in questione. Sarebbe evidentemente riduttivo valutare gli artt. 4 sgg. del d.lgs. n. 50 del 1992 semplicemente alla stregua di due eccezioni, l'una al principio dell'art. 1329 cod. civ., che ammette la proposta irrevocabile, l'altra all'art. 1373, secondo cui, se a una delle parti è attribuita la facoltà di recedere dal contratto, tale facoltà non può essere esercitata finché il contratto non abbia avuto un principio di esecuzione. Vero è piuttosto che gli interventi del legislatore comunitario, mentre introducono nel sistema dogmatico del nostro diritto privato un nucleo di principi comuni a tutti gli ordinamenti degli Stati membri in ordine ai contratti dei consumatori, in pari tempo imprimono una spinta all'evoluzione già in atto del sistema verso una ristrutturazione secondo linee di differenziata articolazione di principi a livelli meno elevati di astrazione e di corrispondenti concetti riferiti ad ambiti diversi di applicazione.

In tema di intese restrittive della concorrenza i principi dell'ordinamento delle Comunità europee sono riconosciuti dall'art. 1, comma 4, della legge 10 ottobre 1990, n. 287, sulla tutela della concorrenza e del mercato, quali modelli interpretativi delle disposizioni contenute nel titolo primo. Questa norma è un indice decisivo del superamento della concezione dualistica che configura il diritto comunitario e il diritto interno come autonomi e distinti, ancorché coordinati. Secondo la tesi prevalsa della Corte di giustizia di Lussemburgo, l'ordinamento comunitario si integra negli ordinamenti degli Stati membri, con conseguenze imponenti sul sistema delle fonti del diritto interno, ma non ancora al punto da poter dire senza remora alcuna che "la Corte ha forgiato il quadro costituzionale di una struttura di tipo federalistico in Europa".[13] Il primato del diritto comunitario incontra pur sempre un limite -- più volte ribadito dalle Corti costituzionali tedesca e italiana, che si riservano il relativo controllo -- della conformità degli atti normativi comunitari ai principi fondamentali dell'ordinamento interno e ai diritti inalienabili della persona umana. Verso il superamento di questa estrema riserva di competenza delle Corti nazionali si muove il trattato di Maastricht: là dove, all'art. F, proclama che "l'Unione europea rispetta i diritti fondamentali, quali risultano dalle tradizioni costituzionali comuni degli Stati membri, in quanto principi generali del diritto comunitario", esso affida alla giurisprudenza della Corte di giustizia il compito di coronare l'edificio della Costituzione europea [14] con una definizione dei diritti fondamentali a livello comunitario funzionale all'unificazione del controllo giurisdizionale.

Una ricaduta sui principi generali delle obbligazioni, con effetti armonizzanti a livello europeo, possono avere anche certe sentenze della stessa Corte di giustizia: per esempio la recente sentenza 19 novembre 1991 in causa Francovich c. Repubblica Italiana,[15] che ha stabilito il principio di responsabilità degli Stati membri per i danni cagionati ai singoli dall'inadempimento dell'obbligo di attuazione di una direttiva comunitaria attributiva di un diritto soggettivo non immediatamente azionabile negli ordinamenti interni. Oltre alla valenza costitutiva di una nuova fattispecie di responsabilità civile comune agli ordinamenti degli Stati membri, questa sentenza si ripercuote sul nostro ordinamento introducendovi un indice normativo non di scarso peso a favore dell'estensione dell'art. 2043 c.c. alla tutela degli interessi legittimi nei confronti della pubblica amministrazione.

5.  Sotto l'altro dei profili sopra distinti, sul quale mi fermerò brevemente, il problema di un codice europeo dei contratti non riguarda istituzionalmente la Comunità europea, e anzi è una specificazione, riferita all'Europa, di un problema che potenzialmente interessa tutti i rapporti connessi al commercio internazionale, cioè un possibile ambito di applicazione analogo a quello della Convenzione delle Nazioni Unite sui contratti di vendita internazionale di merci stipulata a Vienna l'11 aprile 1980 e resa esecutiva in Italia con legge 11 dicembre 1985, n. 765. A differenza del processo di armonizzazione delle legislazioni degli Stati membri regolato dal trattato istitutivo della Comunità Europea, i progetti di unificazione del diritto nel secondo senso investono soltanto la disciplina dei rapporti economici transnazionali, anche se non nascondono l'ambizione di servire in un secondo tempo da modello per eventuali riforme dei diritti nazionali.

Inoltre, sotto questo secondo aspetto, il problema non si pone esclusivamente come problema di unificazione del diritto mediante lo strumento legislativo, che qui assumerebbe le forme della convenzione internazionale e delle conseguenti leggi nazionali di ratifica. Le difficoltà di reperimento di formule normative che soddisfino le esigenze degli Stati partecipanti alla convenzione, le ulteriori difficoltà, una volta intervenuto l'accordo, di ottenimento della ratifica dagli organi legislativi nazionali, inducono la dottrina a prospettare forme extralegali o paralegali di unificazione del diritto.[16] La più discussa è la c.d. lex mercatoria, costituita da un complesso di regole del commercio internazionale espresse dalla prassi, specialmente da alcune importanti camere internazionali di arbitrato. La natura di diritto oggettivo, che da qualche parte si vorrebbe riconoscere alla lex mercatoria, è difficilmente sostenibile. Un giudice chiamato a risolvere una controversia relativa a un rapporto commerciale transnazionale applicherà la lex mercatoria se, in base alla legge nazionale applicabile, potrà riconoscerla come uso normativo o uso contrattuale; altrimenti potrà utilizzarla solo come starting point argomentativo, i cui approdi dovranno poi essere sottoposti al controllo di compatibilità con le norme imperative e l'ordine pubblico del proprio ordinamento. Le altre forme, per esempio il progetto dell'UNIDROIT per l'elaborazione di regole del commercio internazionale, sono fonti autorevoli di circolazione di modelli di comportamento e di decisione, la cui applicazione è affidata alla loro forza di persuasione.[17]

Peraltro, fuori dal campo di competenza delle direttive comunitarie di armonizzazione, il movimento per l'unificazione del diritto dei contratti mediante convenzioni internazionali ha già raggiunto, nell'ambito degli Stati membri della Comunità europea, un traguardo importante sul piano del diritto internazionale privato. La Convenzione di Roma del 19 giugno 1980, ratificata dall'Italia con legge 18 dicembre 1984, n. 975, ed entrata in vigore (in sette Stati membri) il 1 aprile 1991, ha unificato le norme di conflitto in materia di obbligazioni contrattuali.[18] Con due protocolli integrativi, stipulati a Bruxelles nel 1988 e ratificati dall'Italia con legge 7 gennaio 1992, n. 54, le Parti contraenti, che in una dichiarazione comune finale si erano dette "sollecite di evitare divergenze di interpretazione della convenzione che possano nuocere al suo carattere unitario", hanno esteso alle questioni interpretative il ricorso in via pregiudiziale alla Corte di giustizia previsto dall'art. 177 del trattato istitutivo della Comunità europea. Questo efficace strumento di garanzia che il diritto uniforme non degeneri in interpretazioni difformi dei giudici nazionali era già stato adottato dalla convenzione sul brevetto comunitario del 1975 (art. 173), non ancora entrata in vigore.

L'unificazione delle norme di diritto internazionale privato rimuove soltanto le differenze dei criteri di individuazione della disciplina sostanziale applicabile, ma non l'inconveniente derivante dalla difficoltà che una o entrambe le parti del contratto possono avere di adattarsi a tale disciplina quando sia diversa da quella a loro familiare. Ma va osservato anzitutto che l'inconveniente è notevolmente ridotto dall'ampia libertà di scelta della legge regolatrice del contratto lasciata alle parti dalla convenzione. In secondo luogo, un risultato almeno in parte praticamente analogo all'unificazione del diritto sostanziale può essere ottenuto con un lavoro di revisione dottrinale e giurisprudenziale dei sistemi giuridici nazionali, tale da allargare il più possibile gli spazi del diritto dispositivo e quindi da conferire alla lex mercatoria la massima capacità di conformazione dei rapporti commerciali transnazionali attraverso l'autonomia negoziale. Certo la lex mercatoria può presentare aspetti di possibile prevaricazione di una parte sull'altra,[19] come dimostrano le critiche suscitate dalla pratica bancaria delle fideiussioni omnibus, alla quale ha posto un limite la legge 17 febbraio 1992, n. 154 sulla c.d. trasparenza bancaria; può anche includere clausole contrastanti con i diritti fondamentali, in particolare il diritto di difesa.[20] In casi del genere, che toccano l'ordine pubblico del foro, la regola dell'autonomia privata deve soccombere. Ma in altri casi il giudizio di disvalore del precetto contrattuale non appare altrettanto giustificato. Per esempio, la tutela indirettamente attribuita all'autonomia negoziale dalla garanzia costituzionale della libertà di iniziativa economica (art. 41 Cost.) legittima la domanda se il principio di causalità delle attribuzioni patrimoniali non possa, entro certi limiti, ritenersi disponibile nei contratti commerciali.

6.  L'aspirazione all'unità del diritto ha una lunga tradizione nella cultura europea, non solo giuridica: basti pensare a Montaigne, a Pascal, che irrideva agli opposti criteri di discriminazione del giusto dall'ingiusto vigenti di qua e di là dai Pirenei, o a Voltaire, che quando viaggiava recriminava di trascorrere da un regime giuridico a un altro ad ogni cambio di cavalli. Ma le condizioni politiche, sociali e culturali in cui si sono compiute le grandi codificazioni del secolo scorso, che hanno coronato la formazione degli Stati nazionali, non sono ripetibili a livello europeo. Al "formidabile ostacolo" della diversità delle lingue [21] si aggiungono le difficoltà derivanti dalla diversità delle tecniche e degli stili dei vari ordinamenti, fortemente accentuata dopo l'ingresso della Gran Bretagna nella Comunità. Né mancano controindicazioni: si paventa l'irrigidimento dei diritti nazionali, i quali, nella misura della sottrazione di competenze prodotta dall'unificazione, perdono flessibilità di adattamento ai mutamenti accelerati dei rapporti socio-economici e delle tecnologie,[22] e perfino si affaccia il timore che al di qua dal Canale della Manica l'unificazione del diritto mediante atti di normazione comporti per i paesi politicamente più deboli una svendita della propria tradizione giuridica.[23]

Ultimo, ma non meno importante motivo contrario alla prospettiva di un codice per l'Europa o, più esattamente, di una codificazione a livello comunitario che investa tutti i settori rilevanti per il funzionamento del mercato interno, è il principio di sussidiarietà,[24] sancito dall'art. G del trattato di Maastricht e inserito tra i principi fondamentali del trattato istitutivo della Comunità economica europea come criterio di politica del diritto qualificante della nuova, più ampia, Comunità europea. Fuori dai settori di esclusiva competenza della Comunità, l'unificazione del diritto si svilupperà nelle materie e nella misura in cui la corrispondente restrizione di competenza degli Stati membri sarà riconosciuta necessaria o almeno più confacente all'azione di perseguimento degli obiettivi comunitari, ridefiniti nel nuovo art. 2 del trattato di Roma.

L'esperienza insegna che l'aspirazione all'unificazione del diritto si traduce in volontà politica solo sotto la spinta e nei limiti di imperativi pratici immediati del mondo vitale, specialmente della vita degli affari e dell'esigenza di riduzione dei costi delle transazioni transnazionali.[25] Ma, pur entro questi limiti, i processi di unificazione devono essere accompagnati e completati da una profonda riforma degli studi di giurisprudenza e dei modi di preparazione dei giuristi teorici e pratici, integrata da un continuo interscambio tra le scuole di diritto e le sedi operative dei vari Paesi che favorisca l'acquisizione di modi di pensiero e modelli di argomentazione giuridica omogenei. Con tutte le riserve che il paragone può suscitare, non si deve dimenticare che il diritto romano-comune europeo e la sua appendice ottocentesca del diritto delle pandette in Germania si sono formati come "diritto dei giuristi".[26]


FOOTNOTES

1. H. Coing, Ius commune, nationale Kodifikation und internazionales Abkommen: drei historische Formen der Rechtsvereinheitlichung, in Le nuove frontiere del diritto e il problema dell'unificazione, I, Milano, 1979, p. 185.

2. G. Tarello, Storia della cultura giuridica moderna, I: Assolutismo e codificazione del diritto, Bologna, 1976, p. 561.

3. C. Salvi, La giusprivatistica fra codice e scienza, in Stato e cultura giuridica in Italia dall'Unità alla Repubblica, a cura di A. Schiavone, Bari, 1990, p. 235.

4. Cfr. R. Zimmermann, Das römisch-holländische Recht und seine Bedeutung für Europa, in Juristenzeitung, 45 (1990), p. 837.

5. G. Zagrebelsky, La giustizia costituzionale, Bologna, 1988, p. 26.

6. A. Bolaffi, Introduzione a O. Kirchheimer, Costituzione senza sovrano. Saggi di teoria politica e costituzionale, trad. it., Bari, 1982, spec. p XXVIII s.

7. Cfr. D. Grimm, Historische Erfahrungen mit Rechtsvereinheitlichung - das frühe 19. Jahrhundert in Deutschland, in Rabels Zeitschrift, 50, (1986), p. 70.

8. PE Doc. A2-157/89, in Gazz.uff.CE, 26.6.89, N.C. 158/400.

9. Cfr. M. Boodman, The Myth of Harmonization of Laws, in Am.Journ.Comp.Law, 39 (1991), p. 701 s., che definisce questa forma flessibile di unificazione del diritto come "diritto comparato applicato in vista dell'eliminazione, nella maggior misura ragionevolmente possibile, delle diversità di regimi giuridici nelle transazioni internazionali o inter-giurisdizionali" (p. 705); E. Stein, Einheitlichkeit und Verschiedenheit des Rechts bei geteilter Macht-die amerikanische Erfahrung, in Rabels Zeitschrift, 50 (1986), p. 168.

10. PE, Doc. de seance A2-157/89, 28.4.1989.

11. O. Lando, Principles of European Contract Law, in Rabels Zeitschrift, 56(1992), p. 265; H. Kötz, Gemeineuropäisches Zivilrecht, in Festschrift für K. Zweigert, Tübingen, 1981, p. 483; C. Castronovo, La legge europea sul danno da prodotti ecc., in Dir.comm.int.,1990, p. 3 ss., ora in La nuova responsabilità civile. Realtà e metafora, Milano, 1991, spec. p. 203. L'esigenza di un contesto di principi generali del diritto dei contratti è invece negata da O. Kahn-Freund, Common Law and Civil Law - Immaginary and real Obstacles to Assimilation, in New Perspectives for a Common Law of Europe, a cura di M. Cappelletti, Firenze, 1978, p. 141.

12. Cfr. V. Zeno-Zencovich, Il diritto europeo dei contratti (verso la distinzione fra "contratti commerciali" e "contratti dei consumatori"), di pross. pubbl. negli Studi in onore di R. Sacco.

13. E. Stein, Un nuovo diritto per l'Europa. Uno sguardo d'oltre oceano, trad. it., Milano, 1991, p. 17.

14. Cfr. S. Cassese, La costituzione europea, in Quaderni costituzionali, 1991, p. 487 ss.

15. Foro it., 1992, IV, 145, con note di Barone e Pardolesi e di Ponzanelli.

16. Cfr. i contributi al tema pubblicati nel fasc. 2 della Rabels Zeitschrift, 56 (1992), p. 219 ss., con l'introduzione di H. Kötz, Alternativen zur legislatorischen Rechtsvereinheitlichung, ivi, p. 215 ss.

17. Cfr. M. J. Bonell, Il progetto dell'UNIDROIT per la elaborazione di principi per i contratti commerciali internazionali, di pross. pubbl. negli Studi in onore di R. Sacco.

18. Cfr. M.J. Bonell, L'impatto del diritto uniforme sui diritti nazionali, ecc., in Riv.dir.civ., I p., 1992, p. 261 ss.

19. Cfr. O. Remien, Rechtseinheit ohne Einheitsgesetze, ivi, p. 303.

20. Cfr. H.J.Mertens, Rechtsvereinheitlichung durch transnationales Wirtschaftsrecht und Rechtsbegriff, ivi, p. 239.

21. O. Kahn-Freund, op.cit. (nota 11), p. 144.

22. Cfr. H. Kötz, Rechtsvereinheitlichung - Nutzen, Kosten, Methoden, Ziele, in Rabels Zeitschrift, 50 (1986), p. 10 s.; P. Behrens, Voraussetzungen und Grenzen der Rechtsfortbildung durch Rechtsvereinheitlichung, ivi, pp. 26 ss., 32.

23. O. Remien, op. cit. (nota 17), p. 307.

24. Cfr. M. Storme, Rechtsvereinheitlichung in Europa. Ein Plädoyer für ein einheitliches europäisches Prozessrecht, in Rabels Zeitschrift, 56 (1992), p. 293.

25. Cfr. O. Kahn-Freund, op. cit. (nota 11), p. 141: "The selection of areas of law to be harmonized must be dictated by practical requirements and by nothing else".

26. G. Kegel, Sinn und Grenzen der Rechtsangleichung, in Angleichung des Rechts der Wirtschaft in Europa (Kölner Schriften zum Europarecht, 11), 1971, p. 46.


©Pace Law School Institute of International Commercial Law - Last updated December 15, 2009
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